Piccoli equivoci senza importanza, Antonio Tabucchi

19 Maggio 2019 gestione 0 Comments

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1985. Undici racconti. Undici brevi stracci di tempo. Penso che nulla possa sintetizzare questo libro di quello che ne scrisse il suo stesso autore.

I barocchi amavano gli equivoci. Calderón e altri con lui elevarono l’equivoco a metafora del mondo. Suppongo li animasse la fiducia che il giorno in cui ci desteremo dal sogno di essere vivi, il nostro equivoco terreno sarà finalmente chiarito. Auguro loro di non aver trovato un Equivoco senza appello. Questo, comunque, si vedrà. Anch’io parlo di equivoci, ma non credo di amarli; sono piuttosto portato a reperirli. Malintesi, incertezze, comprensioni tardive, inutili rimpianti, ricordi forse ingannevoli, errori sciocchi e irrimediabili: le cose fuori luogo esercitano su di me un’attrazione irresistibile, quasi fosse una vocazione, una sorta di povera stimmate priva di sublime. Sapere che si tratta di un’attrazione ricambiata non è esattamente una consolazione. Mi potrebbe consolare la convinzione che l’esistenza sia equivoca di per sé e che elargisca equivoci a tutti noi, ma credo che sarebbe un assioma, forse presuntuoso, noti molto dissimile dalla metafora barocca. Dei racconti che qui raccolgo desidero fornire appena pochi dati concernenti la loro apparizione. La storia intitolata Rebus la rubai una sera del 1975 a Parigi, ed è rimasta sufficientemente a lungo dentro di me da essere restituita in una versione che tradisce sciaguratamente la versione originale. Non avrei niente da obiettare se Gli* incanti e Any where out of the world fossero considerati due racconti di fantasmi, nel senso più vasto del termine; il che non impedisce, naturalmente, che possano essere letti anche in un altro modo. Al primo non è estranea una suggestiva teoria della dottoressa Franqoise Dolto, mentre per il secondo sarà forse superfluo specificare che il nume tutelare è Le spleen de Paris di Baudelaire e in particolare il poema in prosa del cui titolo mi sono impossessato. Il rancore e le nuvole è un racconto realistico. Cinema deve molto a una sera di pioggia, a una piccola stazione della riviera e al volto di un’attrice scomparsa. Sugli altri racconti non ho molto da aggiungere. Vorrei solo dire che Aspettando l’inverno avrei preferito fosse stato scritto da Henry James e I treni che vanno a Madras da Kipling. I risultati sarebbero stati indubbiamente migliori. Più che un rammarico per quanto ho scritto è un rimpianto per ciò che non potrò mai leggere.

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