Oliver Sacks e la sua meraviglia per la molteplicità dell’universo

11 Febbraio 2018 gestione 0 Comments

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Sacks ha quel genere di scrittura che può essere consigliata a chiunque, poiché al suo interno racchiude il vero significato della parola umanità.

Superbamente pensiamo di conoscere ogni aspetto della letteratura, recente e passata. Parliamo dei romanzi, dei libri di psicologia, filosofia, dei saggi…

Abbiamo tutti un genere preferito solo perché pensiamo di conoscere anche tutti gli altri, non possiamo scegliere se non abbiamo di fronte tutte le alternative.

Eppure ogni volta che tengo in mano un libro di Sacks ho un’alternativa. Posso scegliere se leggerlo sotto il punto di vista di un medico, concentrandomi sulla terminologia e sui sintomi, o leggerlo sotto il punto di vista di un filosofo, assaporando ogni aspetto dell’esperienza umana.

C’è qualcosa nei suoi libri che tiene incollati alle pagine, come una ricerca spasmodica di ciò che ci rappresenti, che ci contraddistingua dalla massa inerme di persone che ci circondano, come se attraverso le sue parole cercassimo la nostra personalità.

Ma c’è di più, perché attraverso la ricerca di noi stessi scopriamo un mondo nuovo costellato di patologie di cui non conoscevamo nemmeno l’esistenza e sono esse stesse a renderla reale.

Cos’è percezione? Cosa è reale?

Alla fine del libro questo confine si è affievolito, ha lasciato il posto ad un mare di misteriose onde che travolgono la mente, costellandola di frenetici dubbi che hanno un’unica ed inesorabile risposta: la creatività.

[…] D’altra parte continuava a reggere anche l’idea romantica dell’ispirazione: l’artista, e specialmente lo scrittore, era considerato – o considerava se stesso- come colui che trascriveva una Voce, come il suo amanuense, e a volte doveva attendere anni (come faceva Rilke) perché la Voce si esprimesse.

da Allucinazioni (2013)

E poi ancora:

Il dottor P. era effettivamente passato dal realismo al non figurativismo e alla pittura astratta, ma si trattava di un percorso non artistico, bensì patologico- un percorso diretto verso una profonda gnosi visiva, durante il quale erano andati via via distrutti ogni facoltà di raffigurazione e di creazione d’immagini, ogni senso del concreto, della realtà. Quella parete di quadri era un tragico documento patologico che apparteneva alla neurologia, non all’arte. […] Perché tra le forze della patologia e quelle della creazione c’è spesso una lotta, e talvolta, cosa ancora più interessante, una collusione.

da L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello (1985)

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